Caso Moro. Gli Usa pronti a spaccare il Pci. Emergono documenti dagli archive centrali britannici

LONDRA. L’amministrazione americana guidata dal presidente Jimmy Carter prese in considerazione l’ipotesi di condurre “azioni segrete” sul suolo italiano pur di “spaccare” il Partito Comunista e stroncare definitivamente ogni possibilità di compromesso storico. E’ ciò che emerge da una serie di documenti datati 1978 e sino ad oggi custoditi negli archivi segreti del Foreign Office britannico.
aldo_moro_1230618983I faldoni – consultati in esclusiva dall’Ansa – sono stati resi pubblici attraverso il “National Archive”, ovvero l’archivio centrale britannico, non appena sono scaduti i sigilli del segreto di Stato – 30 anni. E seguono con chirurgica precisione le vicende che hanno scandito l’anno “orribile” della democrazia italiana: la crisi del governo Andreotti III, le consultazioni per formare un nuovo esecutivo, il rapimento Moro e infine l’assestamento del panorama politico italiano che seguì il ritrovamento del corpo del presidente Dc in via Caetani.
Soprattutto, i documenti desecretati raccontano le ansie e i retroscena sia dall’amministrazione americana che di quella britannica. Gli Usa, in particolare, furono gettati nel panico dal crollo del terzo governo Andreotti. E reagirono con una tale determinazione da sorprendere persino gli inglesi. Che, come dimostrano i carteggi tra l’ambasciata britannica a Roma e il quartier generale londinese dell’Fco, si rivelarono meno ossessionati dal pericolo rosso “made in Italy”.
In un primo momento, comunque, la tensione è alta su entrambe le sponde dell’Atlantico. In un comunicato cifrato datato 21 gennaio 1978 l’ambasciatore britannico a Roma, Sir Alan Campbell, chiede al primo ministro James Callaghan di scrivere un telegramma d’incoraggiamento ad Andreotti, “ora che ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo”. “Andreotti”, scrive Campbell, “é moderatamente ottimista ma ricordiamoci che, se fallisce, le cose qui si mettono male”. Contemporaneamente, il presidente Carter pronuncia in conferenza stampa il famoso “editto” in cui avverte gli italiani che l’ingresso al governo dei comunisti avrebbe delle pesanti conseguenze. Gli americani, consapevoli dell’impatto che avranno tali esternazioni in Italia, chiedono agli inglesi di sostenerli pubblicamente – emettendo una dichiarazione congiunta. I britannici, però, si smarcano. Campbell, da Roma, consiglia prudenza. Il 23 gennaio Londra si mette in contatto con il suo ambasciatore a Washington, Peter Jay.
“L’allarme suscitato nell’amministrazione Usa dai recenti avvenimenti politici in Italia – dice il rapporto – e l’evidente desiderio di fare qualcosa ci hanno presi di sorpresa. Sarebbe di aiuto se potessi parlare con Brzezinski – consigliere per la sicurezza nazionale di Carter – prima di venire a Londra a febbraio. In particolare sulla situazione italiana e sulle sue implicazioni sull’Europa occidentale. Pare chiaro che giudizi di Gardner – ambasciatore Usa a Roma – sull’Italia fossero molto più allarmanti di quelli di Campbell”. E Jay risponde così. “L’amministrazione Usa si è decisa che una qualche azione era necessaria. Ecco il perché delle dichiarazioni. L’idea di condurre operazioni segrete per spaccare il Pci è stata una delle possibilità prese in considerazione durante gli incontri di vertice che si sono tenuti [...]. Che cosa può fare l’amministrazione per aiutare Andreotti? Molto poco. Fare leva sul Fondo Monetario Internazionale potrebbe avere effetti contrari al desiderato. Anche le azioni segrete sembrano essere state accantonate, almeno in queste circostanze”. A questo punto seguono due righe oscurate: il segreto di Stato, su quelle frasi, è stato prolungato per altri 30 anni. Sicurezza nazionale.
Il rapporto di Jay, però, continua. Secondo l’ambasciatore “fonti affidabili” hanno confermato l’abbandono del piano “azioni segrete”. “Non ci sono prove – continua Jay – che altre agenzie se ne stiano occupando. Dal punto di vista politico, le difficoltà connesse ad un’azione del genere non hanno bisogno di spiegazioni”. “Nonostante le difficoltà”, conclude l’ambasciatore, “l’amministrazione cercherà sicuramente nei prossimi mesi metodi per esprimere la sua influenza”.

XI RAPPORTO SOS IMPRESA
LE MANI DELLA CRIMINALITA’
SULLE IMPRESE

PREMESSA

78359-46DGCifre da capogiro ed una crisi economica che non intacca il giro di affari delle mafie. Dall’XImo rapporto di SOS Impresa- emerge una pericolosita’ della mafia imprenditrice che non ‘ scalfita dalle spinte recessive. Il rapporto aggiorna i dati dell’azienda mafia, ricostruisce i suoi bilanci, gli “stipendi” dei suo affiliati e di vertici che si comportano come un Consiglio di amministrazione. La crisi rischia di aumentare il ischio-mafia per i mezzi economici di cui essa dispone e che puo’ favorire la penetrazione non solo nel campo dell’usura ma in settori e aziende della attivita’ produttiva piu’ vulnerabili perche’ appare piu’ facile acquisirli e condizionarli. Appare, secondo SOS impresa, preoccupante l’infiltrazione mafiosa in alcuni comparti della distribuzione commerciale. Cresce il settore dell’usura che colpisce circa 180 mila commercianti. E cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino, delle scommesse e dell’abusivismo ( il cui giro di affari e’ attorno ai 10 miliardi annui) Lieve contrazione delle estorsioni dovuta al calo degli esercizi commerciali ed all’aumento di quelli di proprieta’ del crimine organizzato. E cala anche il contrabbando anche se appare in ripresa quello delle sigarette. Ma le mafie non vivono di solo “pizzo” o di attivita’ “imprenditoriali”: si infiltrano in importanti segmenti di mercato, dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi e panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni.
Il presente Rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalita’ sulle imprese”, giunto alla sua undicesima edizione, vuole offrire una panoramica piu’ ampia su tutte le attivita’ illegali delle organizzazioni mafiose. Lo scopo e’ quello di evidenziarne la potenza finanziaria, la grande liquidita’ di denaro disponibile e, di conseguenza i rischi che ne derivano per l’economia italiana, e non solo, in questa particolare, difficile congiuntura economica.
La Mafia SpA trova conferme anche quest’anno. Di fatto, ci troviamo di fronte ad una grande holding company con un fatturato complessivo di circa 130 miliardi di euro e di un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti.
Il solo ramo commerciale della criminalita’ mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa ed e’ oggetto specifico della nostra ricerca, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del PIL nazionale.
Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160 mila euro al minuto.
Nelle prossime pagine del presente Rapporto troverete descritte le modalita’ e i sistemi di questo passaggio di risorse attraverso il condizionamento del libero mercato. Diverse sono, infatti, le modalita’ messe in atto dai sodalizi criminali piu’ strutturati e agguerriti. Questi benche’ duramente colpiti dall’azione delle forze dell’ordine e della magistratura, mantengono pressoche’ inalterata la loro forza e, per ora, la loro strategia: una scarsa esposizione, se si esclude la svolta terroristica della camorra casertana, un consolidamento degli insediamenti territoriali tradizionali, una capacita’ di spingersi oltre i confini regionali e nazionali, soprattutto per quanto riguarda il riciclaggio e il reimpiego.
Il Rapporto analizza il peso crescente della cosiddetta mafia imprenditrice, ormai presente in ogni comparto economico e finanziario del Sistema Paese, e si sofferma ampiamente sui settori di maggiore spessore criminale, sia per quanto riguarda l’attivita’ predatoria, rappresentate dal racket delle estorsioni e dall’usura, sia per quella del reinvestimento, con particolare attenzione, oltre al commercio e al turismo, all’industria del divertimento, alla ristorazione, agli autosaloni, al settore della moda e persino dello sport, ai comparti dell’intermediazione e delle forniture.
Alla luce di riscontri investigativi e processuali, abbiamo evidenziato uno degli aspetti che e’ stato al centro del precedente Rapporto, vale a dire l’estendersi di quell’area, che abbiamo chiamato della collusione partecipata, che investe il Ghota della grande impresa italiana, focalizzando l’attenzione sui possibili intrecci mafia e segmenti della grande distribuzione.
Vogliamo anche evidenziare il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molto disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia. Un comportamento censurabile che rappresenta un riconoscimento della sovranita’ territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e di liberta’ di impresa.
Quest’anno, inoltre, alla luce delle informazioni ricavate dalla scoperta e sequestro di numerosi “libri mastri” abbiamo voluto riflettere anche sui modelli organizzativi che le associazioni mafiose si stanno dando, sulla loro evoluzione, interrogandoci sulle loro strategie future, anche in seguito ai rilevanti colpi subiti per gli arresti eccellenti dei Lo Piccolo e dei Condello, oltre alla fortissima pressione esercitata dalle FF.OO sul clan dei Casalesi ed altre associazioni camorristiche.
Questa edizione, infine, oltre a descrivere le novita’ piu’ rilevanti intervenute nel corso dell’ultimo anno, fotografa la risposta dello Stato, della societa’ civile. In questo contesto, daremo conto anche dell’attivita’ di SOS Impresa. Ribadendo il principio a noi caro: la mafia e’ forte, ma per fortuna c’e’ una societa’ civile, forse ancora troppo piccola e troppo isolata, che resiste e reagisce. Ci sono imprenditori e commercianti che non si rassegnano. E il loro impegno rappresenta la testimonianza concreta che al “pizzo” ci si puo’ opporre senza essere ne’ eroi, ne’ acquiescenti.
I reati esaminati dal Rapporto sono quelli che condizionano maggiormente le attivita’ imprenditoriali: il racket innanzitutto e, da qualche tempo, anche l’usura. Reati che limitano la liberta’ d’impresa e che rappresentano costi aggiuntivi, diretti ed indiretti, a carico degli imprenditori, dei commercianti e, quindi, anche dei consumatori incidendo non poco sui prezzi e sulla qualita’ dei prodotti.
Il lavoro per una migliore facilita’ di lettura si articola in quattro parti:
” Nella prima parte si affrontano prevalentemente i reati di estorsione ed usura. Il primo tipico delle organizzazioni mafiose finalizzato all’accumulazione ed al controllo del territorio, mentre per il secondo si rileva un interesse nuovo da parte delle mafie.
” La seconda parte da conto delle molteplici modalita’ di condizionamento e di presenza delle mafie nel “mercato”.
” La terza parte si sofferma sui costi derivati dalla criminalita’ di strada. Fenomeno in crescita che riguarda tutti i cittadini, ma trova nei commercianti una categoria particolarmente esposta, cosi’ come il fenomeno delle truffe.
” La quarta, affronta quelle attivita’ economiche illegali a cominciare dall’abusivismo, dal contrabbando, dal cybercrime (pirateria informatica, audiovisiva e musicale) che rappresentano delle attivita’ “concorrenti”

MAFIA SPA

Mafia SpA e’ un grande gruppo finanziario. Una societa’ privata dagli innumerevoli interessi economici ed imprenditoriali che detiene quote azionarie in molte altre societa’. Opera sul territorio con marchi diversi, diversifica le attivita’ e gli investimenti.
Controlla integralmente i traffici illegali, detenendo quote di maggioranza nelle “famiglie”, nei “clan” e nelle “‘ndrine” che trafficano in droga, esseri umani, armi e rifiuti, nonche’ nel racket delle estorsioni e, in parte, nell’usura. Le sue aziende, quasi sempre a conduzione familiare, ma con stringenti logiche aziendali, intervengono anche nell’economia legale, ora direttamente assumendo a volte il controllo maggioritario, ora in compartecipazione con negozi, locali notturni, imprese edili o della grande distribuzione.
Oggi, a differenza di qualsiasi altra holding, solo in parte risente della crisi economica internazionale e dei mercati, anzi la grande disponibilita’ finanziaria di cui dispone puo’ consentirle di aggredire nuove quote di mercato, avvantaggiarsi della crisi di liquidita’, fare nuove acquisizioni immobiliari e aziendali.
Come tutte i grandi gruppi economici, ha interessi sia sul territorio nazionale, sia all’estero. Ha consigli di amministrazione efficienti, migliaia di dipendenti, consulenti, specialisti, rappresenta un mercato del lavoro in crescita.
Quattro le grandi holding company nelle quale e’ suddivisa: Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Ciascuna di esse, a loro volta, si suddividono in societa’ piccole e medie, autonome l’una dall’altra, ma con uno stesso modello organizzativo, fortemente gerarchizzato, in grado di gestire mercati ampi e trasversali (estorsione, droga, rapine etc.), o nicchie (solo racket, solo usura etc.); ora alleandosi ora in concorrenza loro, capaci di dividersi le zone di influenza, o di stringere cartelli.
Il carattere imprenditoriale della Mafia Spa, nel corso del tempo, si e’ affinato sempre piu’, anche se non deve stupire il presidio di modalita’ estorsive arcaiche, si pensi al “rotorico” ed un linguaggio che puo’ apparire obsoleto: “pizzo”, “santa”, “boss”, “picciriddi”. Tutte parole che sembrano legate a fenomeni antichi e superati, ma nessuno come le mafie riesce a coniugare arcaicita’ e modernita’, localismo e globalizzazione.

UN BILANCIO SEMPRE IN ATTIVO

Il patrimonio ed i capitali accumulati fanno della Mafia Spa la prima azienda italiana per fatturato ed utile netto, ed una delle piu’ grandi per addetti e servizi.
Se, come ogni grande impresa, essa stilasse un bilancio consolidato ci troveremmo di fronte non solo ad un fatturato da capogiro, ma anche ad utili per decine di miliardi.
Analizzando le stime di SOS Impresa per quanto riguarda il controllo delle attivita’ imprenditoriali, e di altri associazioni ed enti di ricerca per gli altri traffici illeciti, abbiamo un quadro generale che descrive l’ordine di grandezza del giro di affari.

GIRO D’AFFARI DEI REATI

Concentrando l’attenzione sul giro d’affari dei reati che incidono piu’ direttamente sulla vita delle imprese, vale a dire su quello che abbiamo definito il ramo commerciale della criminalita’, segnaliamo, in generale, un quadro di consolidamento del fatturato, sebbene segnato da importanti scostamenti.
Il settore maggiormente in crescita e’ quello dell’usura. Questo reato segnala un aumento degli imprenditori colpiti, della media del capitale prestato e degli interessi restituiti, dei tassi di interesse applicati, facendo lievitare il numero dei commercianti colpiti ad oltre 180.000, con un giro d’affari che oscilla intorno ai 15 miliardi di euro.
Di altro segno il racket delle estorsioni, dove rimane sostanzialmente invariato il numero dei commercianti taglieggiati con una lieve contrazione dovuta al calo degli esercizi commerciali e all’aumento di quelli di proprieta’ mafiosa.
Cala anche il contrabbando, in parte sostituito da altri traffici. Mentre cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino e delle scommesse.
Un discorso a parte merita l’abusivismo commerciale, certamente in crescita come fenomeno economico-sociale, ma fortemente polverizzato ed in gran parte al di fuori del controllo delle organizzazioni criminali, che concentrano la loro attenzione nella produzione,l’import-export dei prodotti contraffatti, piuttosto che sullo smercio al minuto.

LA MESATA

L’attivita’ imprenditoriale delle mafie ha prodotto un’organizzazione interna tipicamente aziendale con tanto di manager, dirigenti, addetti e consulenti.
E’, ormai superata abbondantemente l’idea della vecchia banda che si riuniva in occasione del “colpo” e, solo quando questo andava a buon fine, spartiva il “bottino” tra i suoi componenti, riconoscendo “parti” diverse a secondo del compito svolto: “capo”, “esecutore”, “palo”, “informatore”. Oggi, i clan piu’ potenti agiscono in un universo completamente diverso.
Prima di tutto, le attivita’ criminali da casuali diventano permanenti, quotidiane. La gestione delle estorsioni, dell’usura, dell’imposizione di merce, dello spaccio di stupefacenti, necessita di un organico in pianta stabile, che ogni giorno curi la riscossione del “pizzo”, allarghi la “clientela”, diversifichi le “opportunita’”, conosca e tenga a “bada” la concorrenza, salvaguardi regolare la sicurezza dell’organizzazione dai componenti “infedeli” o dal controllo delle forze dell’ordine, gestisca e reinvesta il patrimonio.
Per questo gli affiliati sono inseriti con mansioni ben precise, percependo un stipendio: la “mesata”, che varia in base all’inquadramento, al livello di responsabilita’ ed alla floridita’ economica del clan di appartenenza. Quindi, e’ del tutto naturale che clan diversi riconoscano “mesate” diverse per lo stesso lavoro svolto, a cominciare dagli stessi capi.
La criminalita’ organizzata non applica alcun contratto di lavoro collettivo di lavoro.
La diversificazione, se da un lato garantisce la forza economica dei clan piu’ forti e facilita le affiliazioni, dall’altro crea fibrillazioni fra i componenti, suscita invidie, scontri di interesse che sovente si trasformano in sanguinose guerre intestine e scissioni.
Il gruppo di comando si comporta come un qualsiasi consiglio di amministrazione.
Il capo-cosca funge da amministratore delegato e deve rendere conto periodicamente ai “soci” dell’andamento economico e finanziario dell’azienda-clan, e discutere con essi le strategie “aziendali”, condividere le operazioni e gli investimenti piu’ rilevanti, nonche’ risolvere le questioni interne all’azienda-clan, che potrebbero minarne la compattezza e la solidita’.
Solo in questo modo si spiega il ritrovamento di numerosi “libri mastri”, ora con l’elenco delle imprese sottoposte al racket, ora con il numero degli affiliati e la “mesata” percepita.
Si e’ cosi’ scoperto che i clan, attenti alle proprie “risorse umane”, riconoscono premi di produzione ai “picciotti” ed, in alcuni casi, pagano addirittura gli straordinari. Non e’ solo un modo di tenere aggiornato l’elenco dei “clienti pagatori”, ma di avere una aggiornata contabilita’ delle entrate e delle uscite per informare i “soci” sugli affari del clan.
Oggi, alla luce di questi ritrovamenti, siamo in grado di quantificare con maggiore precisione il giro d’affari delle mafie, ma soprattutto conoscere meglio l’organizzazione interna, il modus operandi dei diversi clan e le regole interne.

IL RACKET NELLA QUOTIDIANITA’

Il racket vive e cresce nella dimensione della quotidianita’, si impone come fatto abitudinario entra nella cultura della gente e quindi nelle botteghe, nelle aziende, nei cantieri, negli studi professionali.
Un “pizzo” che si propone di garantire non solo la tranquillita’: “accusi’ vi facemo travagghiari in pace”, ma anche la sicurezza di luoghi e di persone, non poteva che tracimare a tal punto che dalle botteghe, dai magazzini, si propaga all’intera vita sociale toccando banche, condomini, case popolari, e persino scuole e chiese.
La richiesta del pizzo e’ diventata “soft”, ma non per questo meno opprimente e generalizzata. Paradossalmente piu’ forti sono i colpi dati dalle forze dell’ordine, piu’ pressanti diventano le esigenze di denaro da parte delle cosche che devono mantenere un alto numero di carcerati. Inoltre l’avvento dell’euro ha segnato un aumento dei costi facendo lievitare di non poco il prezzo da pagare.
I soldi versati nelle “bacinelle” hanno superato abbondantemente i 6 miliardi di euro. Un costo che rapportato alla crisi economica diventa sempre piu’ insopportabile per le imprese che preferiscono chiudere o cambiare citta’, piuttosto che denunciare.
Un atteggiamento morbido, si diceva, ma ineludibile. Cosi’ un ristoratore di Gela che chiedeva un differimento del pizzo di 1.500 euro mensili perche’ il lavoro era diminuito e le entrate crollate, si e’ sentito rispondere dal proprio estorsore con tono fermo: “ma ti risulta che i carcerati sono morti?”
Un dato relativamente stabile nel tempo riguarda invece i commercianti taglieggiati che oscillano intorno ai 150.000.
Il numero dei commercianti coinvolti in rapporti usurari e’ sensibilmente aumentato oggi stimati in oltre 180.000 e poiche’ ciascuno, come si e’ detto, s’indebita con piu’ strozzini le posizioni debitorie possono essere ragionevolmente stimate in oltre 500.000, ma cio’ che e’ piu’ preoccupante e’ che i almeno 50.000 sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura. Gli interessi sono, ormai stabilizzati oltre il 10% mensile, ma cresce il capitale richieste e gli interessi restituiti.
Nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno a causa di questa lievitazione si aggira in non meno di 15 miliardi di euro. In Campania, Lazio e Sicilia si concentra un terzo dei commercianti coinvolti. Preoccupa anche il dato della Calabria il piu’ alto nel rapporto attivi/coinvolti. La Campania detiene il record degli importi protestati (736.085.901 euro) seguita dalla Lombardia e dal Lazio. Il Lazio e’ invece in testa alla classifica per numero dei protesti lavati. Lo stesso Lazio (5,34%), la Campania (4,46%) e la Calabria (3,53%) sono le regioni con il piu’ alto numero di protesti in rapporto alla popolazione residente. Napoli e’ la citta’ nella quale lo scorso anno si sono registrati piu’ fallimenti (7,2%) che rappresenta il 15% del totale nazionale. Tutti sintomi di una fragilita’ e debolezza che colpisce innanzitutto i negozi, grandi o piccoli che siano.
Alle aziende coinvolte vanno aggiunti gli altri piccoli imprenditori, artigiani in primo luogo, ma anche dipendenti pubblici, operai, pensionati, facendo giungere ad oltre 600.000 le persone invischiate in patti usurari, a cui vanno aggiunte non meno di 15000 persone immigrate impantanate tra attivita’ parabancarie ed usura vera e propria.

TUTTI GLI AFFARI DELLE MAFIE
NON SOLO PIZZO

La presenza massiccia delle mafie sulle attivita’ imprenditoriali, come abbiamo descritto, non si limitata alla fase predatoria, non riguarda solo i comparti dove investe di piu’ e non e’ utile non solo al riciclaggio del denaro sporco, essa si estende ed espande su tutte le relazioni economiche e sul territorio. Se il racket e’ la quotidianita’, e’ l’entrata fissa che garantisce la “sopravvivenza dell’organizzazione” , l’attivita’ di impresa e’ funzionale al ripulitura del denaro e fa acquisire al mafioso una fisionomia “normale”.
Non vi e’ clan mafioso che si rispetti che non abbia sotto il suo controllo, prestanomi o societa’ di comodo, con i quali operare in attivita’ produttive altamente remunerative. La capacita’ di condizionare i mercati pero’, rappresenta un ulteriore salto di qualita’, afferma il principio di sovranita’ nel territorio consente alle proprie imprese di agire in condizioni di monopolio, fa realizzare enormi profitti.
Un vero investimento per il futuro .
L’interesse delle organizzazioni mafiose non riguarda solo i settori su cui c’e’ ormai una consolidata letteratura, come abbiamo gia’ evidenziato, quali comparti privilegiati di investimento: edilizia, smaltimento dei rifiuti, commercio, autotrasporto, ma sono in grado di condizionare ampi comparti economici da quello immobiliare, alla sanita’, dai servizi alle risorse idriche. Ma per la valenza che esso assume, sia in termini economici che sociali, dal momento che entra quotidianamente nelle case di tutti gli italiani, quello che desta maggiore preoccupazione e’ il settore agricolo, su cui, da alcuni anni, si e’ registrato l’interesse di studiosi, operatori e associazioni di categoria.
Le organizzazioni mafiose anche segmentando il loro ruolo sono in grado di condizionare tutta la filiera agroalimentare: dalla produzione agricola all’arrivo delle merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione.
In tutti i passaggi della filiera essa agisce alterando la libera concorrenza, influenzando la formazione dei prezzi, la qualita’ dei prodotti, il mercato del lavoro.

MACELLAZIONE

Sempre di piu’ truffe alimentari, falsificazione di date di scadenza sulle etichette di prodotti, macellazione clandestina e riconfezionamento abusivo di alimenti andati a male minacciano la salute degli italiani che, ignari si trovano a riportare a casa e consumare prodotti la cui provenienza e il cui percorso rimangono un’incognita impossibile da svelare con la semplice lettura di etichette o certificati alimentari.
Nel 2008 sono state il 93 per cento in piu’ i sequestri effettuati dai carabinieri dei Nas relativi ai generi alimentari. Il valore dei sequestri tra il 2005-2007 e’ stato di 7,8 milioni di euro, mentre nei soli primi otto mesi del 2008 si e’ raggiunta la cifra di 15,1 milioni di euro.
Senza alcun dubbio l’attenzione dei NAS, che da sempre compiono sforzi nel contrastare questo spregevole fenomeno, si e’ innalzata, anche perche’ la minaccia alimentare alla salute oggi viene con sempre maggior intensita’ dall’estero. Sono infatti i paesi asiatici, come Russia, Ucraina, Georgia, Moldavia, India e Cina, in cui i blandi parametri di sicurezza alimentare e gli organi di controllo facilmente corruttibili vanno a creare tutte le premesse per frodi e traffici spietati ai danni della salute delle famiglie.
L’operazione Michelangelo ha portato all’arresto di dodici persone il 26 giugno 2008. Una forte scossa per il clan Tumminia del mandamento Della Noce. A Palermo i boss Della Noce si occupavano non solo di traffico di stupefacenti e racket, ma gestivano anche i prezzi di generi alimentari imponendo con la forza il prezzo della carne, venduta a 10-11 euro al chilo. La fissazione della tariffa della carne pare legata al fine di taglieggiare i commercianti a cui chiedevano il pizzo.
I numeri che emergono dalle operazioni condotte contro le frodi alimentari sono elevatissimi, come le due tonnellate di salumi e carni bovine macinate sequestrate a Piacenza nel 2008 dai carabinieri del NAS di Parma. Nel corso dell’operazione e’ stata riscontrata la presenza di lotti di salumi in pessimo stato di conservazione che una volta ripuliti, eliminando le tracce di deterioramento, venivano riconfezionati abusivamente per essere rimessi in commercio con la data di scadenza omessa o modificata. Il comando dei carabinieri ha inoltre individuato due quintali di carne bovina macinata che l’azienda non era autorizzata a trattare.
L’abigeato, il furto di bestiame, sembrerebbe un’attivita’ d’altri tempi, ma oggi giorno le indagini delle forze dell’ordine dimostrano una vigorosa ripresa del fenomeno.
Dai carabinieri di Verona, il 19 aprile 2008, e’ stata sgominata una banda criminale dedita al furto di animali d’allevamento. Le zone colpite: Foggia, Bari, Benevento, Perugia e Arezzo. Dagli accertamenti sono venuti alla luce centinaia di furti di capi bovini, suini e ovini. I furti venivano condotti su tutto il territorio nazionale. I capi, una volta rubati venivano abusivamente macellati presso macelli compiacenti e avviati alla vendita.
La stima dei capi rubati e destinati alla macellazione abusiva e’ di cento mila ogni anno, con forte rischio per la salute dei consumatori a causa dell’assenza di controlli sanitari cui le carni dovrebbero venire sottoposte.
Un negoziante di Pieve Terzagni in provincia di Cremona e’ stato scoperto, il 27 ottobre scorso, modificare o occultare la data di scadenza di carni congelate e in scatola, oltre che di altri prodotti come sughi, biscotti e farine scaduti.
L’operazione Ramo spezzato, (2 febbraio 2007), ha portato allo luce un giro d’affari che ruotava attorno alla macellazione abusiva di animali malati di brucellosi. La cosca Iamonte di Melito Porto Salvo riusciva a falsificare i documenti di rintracciabilita’ degli animali e ad immettere le carni sul mercato attraverso macellerie colluse con la cosca o prestanome degli Iamonte. L’inchiesta ha portato all’arresto di Carmelo Iamonte e di un dirigente medico dell’Azienda Sanitaria di Melito Porto Salvo, oltre che al sequestro preventivo di aziende legate agli esponenti della cosca operanti nel settore dell’allevamento, della macellazione e distribuzione di carni macellate.
Un traffico illegale di suini e’ stato intercettato dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. I suini venivano introdotti in Italia dalla Spagna senza le necessarie documentazioni sanitarie con il coinvolgimento anche di societa’ spagnole che giocavano il ruolo di approvvigionamento dei maiali. Le accuse sono di commercio di sostanze alimentari nocive e reati tributari.
A Bagheria (PA) le Fiamme Gialle hanno sequestrato un deposito clandestino contenente sette quintali di carne macellata e tenuta in cattivo stato di conservazione. Il locale, da quanto e’ emerso, presentava pavimenti sudici e pareti ammuffite. La Guardia di Finanza si e’ inoltre trovata di fronte un vano bagno utilizzato per essiccare salumi e salsiccie.
Ha coinvolto tutto il territorio nazionale, dalla Campania al Veneto dal Piemonte alla Puglia per passare nel Lazio, una delle piu’ importanti operazioni sui traffici illegali nel mercato della carne, denominata operazione Meat Guarantor ed ha smascherato un sistema criminale dedito a trafficare clandestinamente e a portare sulle tavole dei consumatori carni infette o avariate. Coinvolti nell’organizzazione vi erano allevatori, commercianti, macellatori, macellai, pubblici amministratori e veterinari pronti a fabbricare documenti falsi per certificare la buona salute di animali sequestrati perche’ malati, ottenendo cosi’ il dissequestro.
L’organizzazione, che aveva base in Campania, somministrava agli animali morenti e affetti da bse, tbc e lingua blu anabolizzanti e cortisonici in modo tale da farli rimanere in vita e ingrassare nonostante le malattie. I carabinieri hanno sequestrato due impianti per la macellazione, nove macellerie, cinque allevamenti e 2800 capi di bestiame. Tra i clan che hanno condotto lucri e interessi sul traffico della carne c’e', oltre al clan napoletano dei Fabbrocino, quello casertano dei Casalesi.
Le immagini delle discariche abusive e del problema dei rifiuti a Napoli hanno fatto il giro del mondo. Nessuno, oggi, puo’ fingere di non sapere quali sono gli effetti devastanti sulla nostra salute, e come la camorra riesca a controllare ed imporci il cibo che mangiamo.
Contemporaneamente all’operazione Meat Guarantor sono stati numerosi terreni da pascolo inquinati e mai bonificati, alcuni dei quali, a Castelvolturno, appartenevano al boss Zagaria.
L’operazione Chernobyl ha scoperto, nelle terre dell’agro nocerino-sarnese e nelle falde acquifere della zona fino a Ceppaloni, una contaminazione devastante di cromo esavalente, un veleno altamente cancerogeno. L’inchiesta Ecoboss ha svelato come l’inquinamento dei terreni ha avvelenato l’intera catena alimentare. Nel salernitano sono stati scoperti falsi marchi apposti su prodotti caseari, nel casertano la frode consisteva, invece, nel sostituire gli interi involucri delle mozzarelle di bufala.
Non solo, altre inchieste hanno portato alla luce un giro di capi di bestiame acquistati in Bulgaria e Romania, (in quelle Nazioni ogni animale costa appena 150 euro), portati in Italia, avvelenati con sangue intriso per brucellosi ed abbattuti per ottenere il cospicuo rimborso dello Stato. L’operazione Agricamorra, infine, ha dimostrato come i clan camorristici acquistino per pochi soldi le aziende ridotte sul lastrico dalla diossina per poter, in tal modo, accedere ai 66 milioni di euro a disposizione del commissario straordinario per aiutare le aziende in crisi. Oltre al danno la beffa.

MERCATI ITTICI

Il fatturato del mercato ittico attira fortemente le organizzazioni criminose, che sempre piu’ necessitano di introiti oltre che sicuri anche redditizi. E’ calcolato infatti attorno ai 2 miliardi il fatturato del settore (escludendo il fatturato della pesca di frodo) con un totale di oltre 8.500 esercizi al dettaglio coinvolti.
I dati del settore ittico nazionale e internazionale sono sinceramente allarmanti. Il prezzo di pesce e frutti di mare, dice l’Eurostat (istituto di statistica europeo), e’ aumentato, nella prima vendita, del 3,3 per cento tra il 2007 e il 2008 e del 3,7 per cento in Italia. Ma i primi e piu’ incisivi rincari avvengono nella filiera dove i rincari per i pescatori sono denunciati fino al 30-40 per cento. Quest’ultimi vedono cosi’ fortemente assottigliati i loro margini di guadagno.
E’ pero’ la pesca illegale a minare seriamente l’equilibrio di un settore che sempre piu’ viene minacciato dalla concorrenza sleale. Dati della FAO ci mostrano che il 75 per cento del pesce che giunge sul mercato mondiale e’ pescato di frodo e che le bande criminali che si occupano di questo traffico sono legate alla malavita organizzata non solo italiana. Sono infatti la mafia russa, la mafia cinese e quella giapponese a gestire una grossa fetta della pesca illegale. L’aumento sempre maggiore di interesse in questo tipo di traffico e’ da rintracciare nel giro d’affari che vi ruota attorno, oltre un miliardo l’anno, e nella semplicita’ con cui si riesce a ripulire il pesce illegale. Basta infatti immetterlo nella catena di distribuzione e il pesce diventa legale. Cosi’ senza pagare tasse e licenze di pesca i guadagni diventano elevatissimi.
La situazione nel nostro Paese fotografa la presenza di un opprimente e radicata infiltrazione mafiosa nella filiale produttiva e distributiva. I molti successi raggiunti dalle forze dell’ordine nello sgominare i clan mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti non sono stati sufficienti a sradicare un male cosi’ profondamente radicato nel settore e a ridare completa sicurezza a pescatori, commercianti, imprenditori e consumatori.
Ricercato dal 2005 nell’ambito dell’indagine Nostromo, il boss Giuseppe Coluccio e’ stato estradato dal Canada, dove il 7 agosto 2008 era stato arrestato, per rispondere, oltre che di traffico di stupefacenti, anche delle attivita’ estorsive legate al controllo del mercato della pesca in un ampio tratto della costa ionico-reggina. Dall’operazione e’ emerso come la cosca Coluccio-Aquino fosse in grado di controllare le acque della costa ionica attraverso una suddivisione del mare in zone di pesca, la stessa utilizzata nella suddivisione del territorio. Si riusciva ad imporre il pizzo anche sotto forma di pescato, cedendo parte del pesce appena preso. A questo tipo di racket non sfuggivano nemmeno i pescherecci che si trovavano a passare quei tratti di mare occasionalmente. Quella effettuata era una vera e propria tassa di pedaggio a cui non era possibile sottrarsi. Il motopeschereccio Atlantide a disposizione della cosca veniva utilizzato oltre che per i fini sopra citati anche per lo smistamento di cocaina che e’ sempre stata l’attivita’ piu’ redditizia del boss Coluccio.
A gennaio 2008, un incendio si e’ sviluppato nello stabilimento di Bivona, frazione di Vibo Valentia, dell’industria ittica Mare nostrum, in cui lavorano una cinquantina di operai e viene prodotto il tonno in scatola.
L’industria e’ di proprieta’ di Giuseppe Ceravolo, un imprenditore che ha denunciato alcune persone che avevano tentato un’estorsione ai suoi danni e che da allora ha avuto assegnata una scorta. Le fiamme sono state appiccate ad alcune reti e ad alcune pedane in legno lasciate nel cortile dello stabilimento. “Questi episodi – ha detto Ceravolo – mi amareggiano per il loro significato. Ma e’ ovvio che sono ben deciso e determinato ad andare avanti per la nostra strada. Siamo ormai soliti a questi fatti ed abbiamo fatto il callo”.
Nella costa campana un’operazione congiunta di polizia e carabinieri, nell’ottobre 2007, ha portato in carcere 12 persone a Salerno, appartenenti al clan Stellato-Iavarone. Le accuse sono di associazione mafiosa ed estorsione. Il clan era riuscito a prendere il controllo del mercato ittico locale e del mercato all’ingrosso attraverso l’imposizione di tangenti. Dalla ricostruzione delle indagini condotte da polizia e carabinieri e’ emerso il legame del clan salernitano con il clan D’alessandro attivo a Castellamare di Stabia. Gli strumenti utilizzati per imporre il proprio controllo nel mercato sito in via Robertelli sono quelli classici delle minacce, gravi intimidazioni e pestaggi a cui siamo ormai abituati ad assistere.
Anche il mercato ittico di Pozzuoli e’ stato vittima di una grave infiltrazione camorristica. Nel febbraio 2006 sono stati arrestati Antonio, Gennaro, Luigi e Raffaele Rezzo, che imponevano con continue minacce e intimidazioni le regole di pesca, distribuzione del pescato fino alla vendita al dettaglio. Il clan forte della vicinanza al clan longobardi esigeva le zone di maggiore pescosita’ e i posti migliori in banchina per la vendita al dettaglio. Le minacce e le intimidazioni si sono spinte dal danneggiamento di imbarcazioni e reti sino all’affondamento di tre pescherecci concorrenti.
Sempre in Campania, nel mercato ittico di Mugnano, le indagini hanno portato alla luce, nel marzo 2005, come cinque, delle ventiquattro ditte operanti, abbiano avuto contatti con la criminalita’ organizzata. Il clan scissionista di Raffaele Amato, arrestato a Barcellona nel 2005, era riuscito ad avviare ingenti investimenti nel mercato. La gestione illegale era giunta ad una radicata infiltrazione all’interno della societa’ per azioni, la Cim Poseidon che ha gestito la struttura. Duri sono stati gli scontri tra comune e prefettura, che hanno disposto, nell’estate di quell’anno, la chiusura della struttura e revoca delle concessioni, e i vertici della societa’ che invece spingevano per una non penalizzazione dell’intero settore.
In Calabria clan gestito da Muto, significatimente soprannominato il re del pesce, teneva in pugno la costa tirrenica da Paola ad Amantea. Il clan Mancuso, invece controllava la zona di Vibo Valentia. I Mancuso hanno subito un duro colpo nel maggio 2006 con l’arresto di tre affiliati, nell’ambito di indagini sull’estorsione ed attentati proprio ad un commerciante ittico della zona. Sempre in Calabria la cosca dei Forastefano tenevano il predominio sul mercato ittico di Cassano Jonico.
Capillare e’ stato il controllo sul mercato ittico di Catania da parte della cosca mafiosa Mazzei. Dal 2000 i Mazzei erano riusciti, attraverso l’illecita concorrenza ed una capillare gestione, a trarre dal settore ittico tra Catania e Portopalo (SR) guadagni spropositati.
Dall’operazione Medusa e’ emersa la capacita del clan di Cosa Nostra a manovrare la compravendita del pesce. Specializzati in particolare nel settore dei pesci pregiati e del pescespada, i Mazzei sottraevano il pescato a prezzi stracciati agli operatori della zona per poi rivenderlo a cifre di molto piu’ elevate. Le indagini hanno quantificato in venticinquemila euro al giorno la cifra da cedere ai Mazzei per la commercializzazione in esclusiva del pesce. Dodici sono le ordinanze di custodia cautelare che nel 2004 sono state disposte nei confronti del clan.

RISTORAZIONE

E’ la mattina del 31 gennaio 2008 quando la Guardia di Finanza piomba nei locali di Zi Teresa, Antonio e Antonio, Gusto & Gusto, Giuseppone a Mare, e in una gastronomia di Viale Augusto. Sono tutti rinomati locali della ristorazione partenopea e l’interesse delle fiamme gialle e’ scaturito dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti i quali hanno rivelato che dietro le note attivita’ commerciali vi sono gli interessi occulti di Giuseppe Misso “‘o Nasone”. Secondo Emiliano Zapata, nipote di Misso, a casa dello zio si tenevano grandi pranzi preparati dai cuochi e serviti dai camerieri del ristorante Zi Teresa. Oppure erano frequenti le visite del titolare Dal Delicato, che metteva a disposizione dolci e champagne. Ma non si trattava di un’efficiente servizio di catering, ma degli evidenti interessi economici di Misso che attraverso tali attivita’ riciclava consistente somme di denaro. Anche Michelangelo Mazza conferma le dichiarazioni di Zapata: “Mio zio Giuseppe e’ socio del ristoratore Vincenzo della Notte, e quindi possiede interessi in alcuni ristoranti della citta’, come Zi Teresa, Giuseppone a Mare, Antonio e Antonio, Villa Posillipo” cui bisogna aggiungere, secondo altri collaboratori di giustizia, una gastronomia di viale Augusto, una rosticceria a Piazza Cavour, il ristorante Bella Napoli ai Vergini. Anche il proprietario del Centro commerciale Rione Sanita’, ed esponente dell’associazione commercianti Il cuore di Napoli, sarebbe socio in affari di Misso, tanto da mettergli a disposizione alcuni locali per la riunione del clan.
Si compra nei “bancarielli” di legno, gli stessi dove si vendevano le sigarette di contrabbando, o in furgoni fermi nei vicoli trasformati in panifici ambulanti: e’ il pane della camorra.
Nel napoletano si contano 1300 forni abusivi (nel solo comune di Afragola vi sono 17 panifici legali e 100 illegali) dove si usa qualsiasi tipo di combustibile, 2500 panifici illegali, il prezzo si aggira su 2.00/2.50 euro al chilo, a fronte di 1.80/2.00 euro di quello legale, eppure e’ il piu’ venduto, la domenica mattina le file sono interminabili. Si calcola che il business si aggiri sui 500 milioni di euro.
Chi acquista queste pagnotte non solo le paga piu’ del prezzo corrente, ma corre anche seri rischi per la salute. Nei forni abusivi infatti viene bruciato di tutto: dal legno laccato agli scarti di falegnameria, infissi, mobili e, in alcuni casi, il legno delle bare, dopo la riesumazione dei cadaveri. E se questi sono i combustibili, figuriamoci le farine usate.
La camorra, negli ultimi tempi, non si e’ accontentata dei bancarielli e il pane illegale e tossico e’ arrivato anche nei panifici riconosciuti. Secondo Francesco Borrelli, assessore provinciale all’agricoltura, il 25% del pane abusivo arriva attraverso gli alimentari, acquistando direttamente gli esercizi commerciali, oppure convincendo i fornai, esonerandoli dal pagamento del racket.

RICARICHIAMO IL RACKET

Anche le ricariche telefoniche sono diventate un business per la malavita. A seguito della scoperta di una truffa di 50 milioni di euro nei confronti della Tim, le indagini hanno portato alla luce una vasta organizzazione criminale che vede coinvolte organizzazioni criminali pakistane, clan camorristici e un folto numero di imprese che gestiscono servizi telefonici a pagamento, tipo 899 e simili. Il sistema di riciclaggio di denaro sporco, attraverso la ricarica telefonica, era semplice, quanto geniale. Alcuni addetti alle pulizie degli uffici Tim di Napoli si collegavano abusivamente ai sistemi telematici per ricaricare schede telefoniche, il cui credito doveva essere trasferito altrove. Quell’altrove erano proprio i numeri con prefisso ad alto costo, cui fanno capo servizi di informazione di pubblica utilita’, cartomanzia, linee erotiche. Secondo le indagini della Guardia di Finanza sarebbero state 161 le aziende controllate, di cui 45 sottoposte a sequestro, perche’ erano quelle dove finivano i soldi ricaricaricati abusivamente alla Tim. A supervisionare l’intero affare alcuni clan camorristici, cui spettava una parte del guadagno. Sequestrati anche una settantina di conti correnti, di cui una decina all’estero, mentre una parte delle sim illegali appartiene ad organizzazioni criminali pakistane. Tra le aziende sequestrate ci sono societa’ come la NewVas SpA, la Webcom, la Bphone, la City Carrier SpA.
Secondo Umberto Rametto, comandante del Nucleo speciale per le frodi telematiche della GdF, la malavita riverserebbe su questi numeri, semplicemente chiamandoli, soldi guadagnati con le altre attivita’ illegali. I soldi, in tal modo ripuliti, entrano nei fatturati delle aziende cui fanno capo i numeri e che, potrebbero essere state create ad hoc. Infatti, a quanto emerso dall’indagine, bisogna aggiungere un altro dato allarmante: ogni anno sono assegnati 40mila numeri a valore aggiunto. Un po’ troppi e, quindi, molti potrebbero essere usati per fiancheggiare attivita’ illegali.

IL RACKET DEL CARO ESTINTO

Il 2 ottobre 2008, i casalesi uccidono Lorenzo Ricco un dipendente di una ditta di onoranze funebri, ma l’obiettivo, molto probabilmente, era il titolare della Russo & c., Salvatore Sabatino Russo, originario di Parete, nel Casertano, che agli inizi degli anni ‘90 aveva denunciato il clan della provincia di Caserta per un tentativo di estorsione. Un’ esecuzione che ha tratti similari a quella di Domenico Noviello.
Le organizzazioni criminali non sono le uniche ad interessarsi al macabro rito del pizzo o dell’imposizione di manufatti per l’ultimo viaggio, tutto al caro prezzo pagato dai familiari del defunto. E’ quanto avvenuto alla luce con l’operazione Caronte (16 ottobre 2008) sul racket imposto da alcune ditte di pompe funebri di Milano.
Un gioco facile, avvertiti dal personale ospedaliero, i titolari di alcune imprese funebri si presentavano ai parenti del defunto appena appresa la notizia del decesso pronti ad accaparrarsi l’ennesimo “cliente” della giornata. L’infermiere “compiacente” percepiva per il lavoro di segnalazione 200 euro, raggiungendo somme che si aggiravano sui 10-15mila euro giornalieri, mentre le ditte arrivavano addirittura ad un fatturato di 150mila euro al giorno. L’infermiere addetto alla camera mortuaria invece riceveva dall’impresa tra i 30 e gli 80 euro per la vestizione e tra 150 e i 250 euro dopo che le pompe funebri si aggiudicavano l’incarico.
I reati contestati sono corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e associazione a delinquere. Tra le ditte raggiunte da misura restrittiva la famiglia Cerato titolare dell’impresa funebre San Siro e Riccardo D’Antoni, titolare della ditta Varesina.

ALTRI ASPETTI DELLA CRIMINALITA’
DELITTI, TRUFFE, CONTRAFFAZIONE E ABUSIVISMO

In questi ultimi anni il peso della criminalita’ diffusa e’ cresciuta sia come numero dei reati che come costi che la collettivita’ intera e’ costretta a sopportare.
Nell’anno passato tutti i reati predatori sono aumentati e le rapine, il reato piu’ pericolo e odioso, alla fine del 2006 hanno superato quota 50.000 con un trend di crescita che non conosce interruzione di sorta da almeno un decennio.
L’abusivismo rappresenta uno dei maggiori fenomeni di degrado delle nostre citta’,con incidenze nelle economiche e sociali gravi, ed e’ uno degli anelli di collegamento fra economia pulita e quella “zona grigia” di imprenditoria border line fra legale e illegale.
I numeri sono di difficile qustificazione. Proiettando su scala nazionale i dati di un’indagine condotta sul “campo” dalle Confesercenti delle province romagnole e marchigiane, che hanno “contato” il numero delle presenze di postazioni abusive itineranti ed in sede fissa lungo la riviera adriatica, possiamo stimare gli abusivi nel commercio in circa 250.000 operatori di cui 75.000 stagionali (3 su quattro sono stranieri, quasi tutti nordafricani, a cui si aggiungono senegalesi e cinesi) e facendo una stima prudenziale degli incassi, in media 150 euro giornalieri, possiamo stimare in circa 10 miliardi di euro il giro d’affari annuo che ruota intorno all’abusivismo, il 20% del quale finisce soprattutto nelle tasche delle mafie straniere che controllano la produzione, la distribuzione e anche pezzi di vendita al minuto.
Nel solo settore del commercio mercatale, una recente ricerca dell’ANVA segnala la presenza di una media di 3 venditori abusivi per ogni mercato, un danno stimato per il settore di 1 miliardo di euro.
Sono numeri importanti di un fenomeno che non ha piu’ le caratteristiche di marginalita’ sociale, come un tempo, ma e’ divenuto uno dei polmoni finanziari piu’ importanti delle mafie italiane e straniere nel nostro Paese.
Le organizzazioni criminali, non gestiscono, se non in parte, la commercializzazione al minuto, soprintendono alla produzione, come nel caso della camorra e della SCU, o alla introduzione di materiale contraffatto proveniente dai paesi orientali, attraverso il controllo dei porti di Anversa e Trieste.
Dentro questo schema la comunita’ di cinesi rappresenta un microcosmo autonomo in termini di produzione e di ingrosso, anche se recenti operazioni hanno messo in luce i legami tra queste comunita’ e la camorra. Particolarmente significativa l’indagine della DIA che si e’ concentrata sul quartiere Esquilino a Roma. Gli investigatori hanno scoperto “come la camorra controllava l’importazione di merce contraffatta dalla Cina e poi reinvestiva gli introiti milionari in immobili e attivita’ imprenditoriali. Dopo una serie di intercettazioni telefoniche, la DIA ha scoperto il sistema di importazione della merce falsa dalla Cina al quartiere dell’Esquilino e poi in tutta Italia.
La merce veniva praticamente imposta ai commercianti dell’Esquilino, sia cinesi che italiani. alcuni di loro, stanchi delle minacce, sono stati costretti a chiudere. Dal paese asiatico la merce arrivava in primo luogo a Napoli, qui sui capi di abbigliamento venivano apposte le etichette contraffatte delle piu’ importanti marche. la merce diventata “griffata” e veniva poi tenuta a Cassino nei magazzini di altri affiliati all’organizzazione criminale. poi la merce arrivava all’Esquilino pronta ad essere immessa sul mercato romano. Al termine dell’operazione, denominata “Grande muraglia”, sono state eseguite 7 ordinanze di custodia cautelare tra Roma, Napoli e Cassino e sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro.
A capo dell’organizzazione c’era Salvatore Giuliano, pentito, anche grazie alle sue testimonianze si e’ riusciti a ricostruire il modo in cui operava il gruppo che gestiva l’importazione di merce falsa. Giuliano era un capo camorrista del rione Forcella di Napoli, il clan aveva messo su una rete di rapporti tra Cina, Napoli, Cassino e Roma anche con lo scopo di controllare gli affari dell’Esquilino, I soldi del “mercato del falso” venivano reinvestiti in concessionari di automobili, bar e ristoranti. Le persone arreste sono tutte italiane, due invece gli imprenditori cinesi indagati. Il gruppo camorristico, insieme agli intermediari cinesi, si riuniva in via Principe Amedeo, vicino Termini. nella sede della Dafa consulenze, qui venivano presi accordi per affari commerciali e immobiliari.”
L’abusivismo commerciale non si limita al solo settore dell’abbigliamento e della moda in genere, ma tocca tutti settori merceologici compresi gli alimentari.
Il settore dei fiori e’ uno dei comparti piu’ colpiti.


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